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Mi chiamo Michele Ferigo e sono napoletano !

Suono la chitarra da diciannove anni (di cui 3 presso le scuole Yamaha, con maestri quali Condorelli, Palladino e Guarracino, il resto invece da autodidatta). Da subito cominciai a utilizzare la chitarra per comporre materiale sonoro mio (non si potevano ancora chiamare “canzoni”!), perché avvertivo che la più grande potenzialità che uno strumento come questo ti da’ è proprio la possibilità di “creare” qualcosa che prima non c’era. Avevo dodici anni quando mio padre mi regalò la mia prima chitarra acustica, e ancor oggi provo lo stesso tipo di sensazioni quando imbraccio la chitarra per suonare o comporre.

E’ sempre una scoperta, anche se mi alleno almeno due ore al giorno tutti i giorni. Avevo intorno ai sedici anni quando formai la mia prima band. Ci chiamavamo “Fire Boys”, perché ero rimasto folgorato dalla prima band che vidi durante le prove; erano degli amici più grandi di età, credo si chiamassero “Wonder Boys”. Fu allora che pensai che il nome di una mia band in futuro avrebbe dovuto contenere per forza la parola “boys”! C’era il papà del batterista che suonava (e lo fa tuttora) la fisarmonica, e aveva il suo repertorio di canzoni classiche napoletane e il suo giro di “impegni”.

Fu il nostro primo procuratore, a pensarci oggi ci fece fare un bel po’ di esperienza, all’epoca. Dopo questa prima esperienza di gruppo, ce ne furono diverse altre, compresa una sorta di cover band di Pino Daniele con la quale credo ci esibimmo una sola volta, al Riot, un locale del centro storico di Napoli che ora non esiste più. Ricordo che un luglio feci anche il posteggiatore presso il ristorante Bella Napoli, ad Ischia. Durante gli ultimi anni dell’istituto d’arte a Fuorigrotta, potevo suonare molto meno dal vivo, così ne approfittai per affinarmi nella tecnica. Conoscevo a memoria tutti i testi e i soli delle canzoni di Pino Daniele e dei Pink Floyd.

Ero fissato per la pronuncia. Ricordo che non appena mi capitava a tiro un inglese, lo torturavo costringendolo ad ascoltare e correggere la mia pronuncia nei pezzi che suonavo! Intanto scrivevo pezzi miei sempre più spesso, sono arrivato a una settantina in totale, attualmente. Qualcuno di questi mi è stato persino utile nei periodi di vacche magre. Fino ad allora ascoltavo poco i Dire Straits. Avevo una sorta di timore reverenziale verso la loro musica e nei confronti dell’abilità tecnica di Knopfler. Poi un giorno un amico mi portò il video del concerto Alchemy del 1983. Ne rimasi folgorato! L’incontro con la musica degli Straits equivale, per me, allo studio del finger picking knopfleriano (che qualcuno chiama addirittura three-finger picking, e non a torto …).

Da plettrista convinto, sono passato all’uso esclusivo delle dita sulle corde in maniera così fluida e naturale che quasi non me ne sono accorto. Devo dire che è stato come conoscere la quinta marcia dopo aver guidato per anni con la quarta. A quel punto, parliamo del 2003 o giù di lì, arrivare all’idea della cover o tribute band è stato un passo brevissimo. Non restava che cercare ragazzi che volessero condividere questo progetto con passione e convinzione. Ma non era facile come sembrava …

Dopo esperienze brevi (ma sempre utili) con musicisti che abbandonavano e si alternavano di continuo, arrivò il giorno del concerto di Mark Knopfler all’Arena Flegrea, a Napoli. Quale occasione migliore per cercare elementi?? Indossai due cartelli mo’ di sandwich, e così conciato assistetti al concerto (peraltro fantastico). Sui cartelli c’era scritto: “cercasi componenti per tribute band dei dire straits”. Mirko Di Febbraro, il bravissimo bassista dei Mai Dire Straits non ebbe dubbi riguardo alla mia salute mentale, e sposò subito la prospettiva.
Il resto è venuto un po’ da sé.